L’orma di Sisifo

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“[…] C’è in tutta questa poesia una ferita che pulsa (e si rinnova), un dolore che parla, un’angoscia (Angst specifica l’annotazione, il dolore metafisico, irrelato), di cui è impossibile individuare le coordinate, ma che occupa stabilmente le zone profonde della nostra esistenza, le mappe affettive – emotive – della nostra esperienza di uomini in cerca e in travaglio: il gozzaniano «gorgo di esseri / a due gambe» (“gorgo” anche l’ultima parola della seconda sezione).

Ed è giustappunto la parola “uomo” che scatta al di là del nome Giuseppe (e sia il padre, e siano i fratelli), che si determina in stretto sodalizio di passi e di commenti. È qui, nelle corrispondenze acute tra paesaggio e cuore, tra occhi e cuore, tra esistenza ed essenza («l’indecifrato poema dell’essere»), che il poeta coglie le trame della sua umanità ferita, a tratti disperata – la tentazione nichilistica («prigionieri noi siamo nella morsa / del Niente») –, ma non priva di barlumi salvifici forse presenti in leopardiane metonimie […]”.

Dalla prefazione di Giovanni Tesio

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